Summer in the city – And don’t get me wrong, dear, in general I think I’m doing quite fine.

Posted in ... on luglio 14, 2015 by gagrito

Da bambina la mia stagione preferita era l’estate.

Vabbè, insomma, l’estate è la stagione preferita di tutti i bambini. La scuola finisce, si va al mare, si può stare in giro a giocare fino a tardi. Per me la cosa più bella era tornare al paesello dei nonni materni: avevamo una piccola casa quasi in campagna ma vicina al mare, i ritmi del paese erano lenti e rilassati, io avevo la libertà di uscire da sola e tornare quando volevo perché tanto al paesello non c’erano pericoli, passava un’auto ogni tre ore, tutti conoscevano tutti (o se non ti conoscevano ti chiedevano “Di chi sei figlia?”, così da poterti catalogare in una famiglia), si viveva con la porta di casa aperta e mio padre non chiudeva nemmeno la macchina. Quella che in realtà era una settimana ad agosto nella mia memoria si dilata e diventa un periodo di tempo lunghissimo, fatto di scorribande su una vecchissima bicicletta scassata ereditata da qualche cugino (che regolarmente si concludevano con le ginocchia smerigliate su qualche muretto a secco, o sulla ghiaia, o sull’asfalto, insomma comunque non mi facevo mancare niente), lunghi inseguimenti di gatti randagi in mezzo ai campi, scavalcando muri e cancelli ed entrando nei giardini degli altri, mentre loro non fuggivano mai davvero, si portavano a distanza di sicurezza e poi mi guardavano correre e arrancare fino a quando a loro parere non mi ero avvicinata abbastanza, e solo a quel punto fuggivano un altro pochino; ricordo avventurose scoperte, come la carcassa di un asino ucciso dal treno e abbandonato accanto ai binari, ricordo la volta che ho infilato il ginocchio in un nido di vespe arrampicandomi su un muro, ricordo mia madre che lavava i panni su un grande ed antico lavatoio di pietra e ricordo infiniti viaggi in macchina all’insegna del più disperato mal d’auto. Ero sola, ma ero libera, e non avevo bisogno di nessuno perché avevo un mondo minuscolo e sconfinato a disposizione, tutto per me, da esplorare infinite volte ed in infiniti modi.

Pensare ora ad una bambina di 7 o 8 anni che se ne va in giro per campagne da sola per giornate intere ora fa quasi paura, ma in quel posto (un po’ fuori dal tempo) e in quel momento sembrava normale, ed io ringrazio perché sono alcuni tra i ricordi più belli e più liberi che mi porto dietro da una vita.

Crescendo la musica è cambiata, e l’estate è diventata sinonimo di cose meno piacevoli: materie da recuperare a scuola, esami all’università, una lunga serie di lavori stagionali massacranti, lunghi periodi bloccata in città a morire di caldo e di solitudine, pressione bassa, zanzare e altre rogne che affliggono gli ottantenni come me. Il ricordo di quei campi gialli dal troppo sole e dell’euforia di quei giorni liberi non è bastato più a farmela amare. Quest’anno era iniziata con tantissimo lavoro, ma lavoro bello, in giro in macchina per tutta la regione, sola e libera come tanti anni fa, stanchissima ma ogni giorno in un posto diverso da esplorare; poi la mia genitrice femmina ha visto bene di avere un incidente e di fratturarsi entrambe le braccia e farsi male alla schiena, quindi la mia estate si è evoluta in un incubo kafkiano in cui praticamente non mi muovo da casa, non posso lavorare, mi ammazzo per assisterla e stare dietro alla casa, combatto col suo essere una ossessivo-compulsiva allettata che pretenderebbe di avere controllo e gestione di una situazione che non può ovviamente gestire.

Insomma, se doveva essere l’anno della rivalutazione estiva non sta andando poi così bene, ad essere sincera.

E dire che pensavo di ricomprarmi la bicicletta.

Io non so parlar d’amore (e si vede)

Posted in ... on maggio 2, 2015 by gagrito

Ieri ti guardavo suonare e fare il cazzone con i tuoi amici, una serata improvvisata (dopo anni senza musica) per un primo maggio molto alcolico e festaiolo, e pensavo che ci siamo conosciuti così, con te sul palco, che cantavi delle cose incazzate ed ubriache, ed io che pensavo che eri bravo ed eri pure carino, anche se sembravi uno che avesse dormito in macchina con i vestiti che aveva addosso.

E pensavo che sono passati quattro anni, anche se nessuno dei due si ricorda il giorno preciso in cui abbiamo iniziato a stare insieme (perfettamente nel nostro stile, direi), e tendenzialmente sembri ancora uno che ha dormito in macchina ma a me piaci esattamente così.

Perché sì, probabilmente non sarò mai il tipo di donna che desidera uno che voglia mettere su famiglia o che voglia andare in vacanza in un villaggio con gli animatori (le nostre vacanze effettivamente somigliano sempre, in maniera sinistra, a Paura e Delirio a Las Vegas), e sono sempre stata dietro ai musicisti e agli strambi, però cazzo tu hai un lavoro vero e non passi i pomeriggi a chiedere gli spiccioli alla stazione, o peggio ancora non stai aspettando a 35 anni di diventare un grande artista di fama mondiale mentre ti fai mantenere da tuo padre, che non capisce la tua arte ma ti paga le bollette e la spesa.

In questi quattro anni sono successe molte cose e tutti e due abbiamo, in un certo senso, completamente cambiato vita, però la cosa più importante che mi è successa è che ho imparato che essere innamorati può voler dire essere felici. Essere molto felici.

Perché, sai, ci sono tutta una serie di persone (donne, perlopiù) che, non so per quale malfunzionamento, ad un certo punto della vita (tendenzialmente durante l’adolescenza) si votano al culto di “Io ti salverò” e iniziano a inseguire faticosamente altre persone a cui piace farsi inseguire, ma poco altro. Sarà perché siamo venute su con Kurt Cobain e Layne Staley, sarà che non si esce vivi dagli anni ’90 e che l’autolesionismo quando eravamo ragazzini era una cosa che andava un sacco di moda, sarà che “Bello e Dannato” (o a volte anche “Medio e Dannato” oppure “Cesso a pedali, però oh, Terribilmente Dannato!”) è una linea di marketing che funziona sempre, sarà che le nostre mamme continuano stupidamente a crescerci come delle piccole infermiere: il fatto è che davvero attraversiamo delle fasi della vita in cui ci sembra che essere prese a calci in culo o ereditare malattie veneree altrui sia l’apice del sentimento.

E invece non è così, e lo dovrebbero insegnare nelle scuole, da ragazzini: più che dirci che il prodotto di punta dell’Emilia-Romagna è la barbabietola da zucchero, ci dovrebbero insegnare che l’amore è una cosa felice, non un ripetersi costantemente: cambierà, e se non cambia vuol dire che non mi merito di meglio. La gente non cambia e sì, ci meritiamo di meglio, oppure forse non ce lo meritiamo, ma perché almeno non provarci?

Oppure potrebbero insegnarci che la vera svolta non è essere infermierine, ma fidanzarsi con un infermiere. Io l’ho fatto: non tornerei più indietro. Mi fa le iniezioni quando sto male, mi ha insegnato a farle agli altri (ahr), diagnostica tutte le mie malattie (o smonta tutta la mia ipocondria), è votato al martirio (altrimenti perché mai scegliere un lavoro così?) e soprattutto lavora con donne di più di 90 anni, quindi non importa quanto io possa ingrassare, mettere su cellulite o cedere disperatamente all’età, gli sembrerò sempre giovane, soda e bella.

(Scusa amore, voleva essere un post serio ma è finito in vacca. Come al solito. ♥)

So long, and thanks for all the fish.

Posted in ... on marzo 13, 2015 by gagrito

(no, non vi state liberando di me, tranquilli.)

esattamente 10 anni fa aprivo gagrito su splinder.

10 anni fa non esistevano facebook, twitter e tutte quelle piattaforme che hanno regalato internet ai mentecatti, ma c’erano comunque delle comunità virtuali (che di virtuale alla fine avevano molto poco) frequentate da sociopatici reali, gente che non usciva la sera per starsene a litigare su un forum, che non invitava la vicina di casa al cinema perché era impegnato a broccolare una tizia (che poi, ovviamente, si sarebbe rivelata essere un camionista livornese di 120 kg) residente dall’altra parte dell’italia. in una di queste grandi comunità, ramificata su più piattaforme, c’ero anche io: avevo dentro gli amici, il fidanzato, prima del fidanzato avevo avuto dei trombamici, tutti sapevano i cazzi miei e io sapevo quelli di tutti, praticamente ormai era come stare al paesello.

ho aperto il blog perché volevo un posto tranquillo, sicuro, libero dalle dinamiche del paesello. ho scelto una piattaforma dove non conoscevo nessuno, un nome che non avevo mai usato altrove, non ho mai pubblicato foto, o riferimenti alla mia città, al mio nome, nulla; ero libera. lo sono rimasta, in parte, forse per questo che dopo 10 anni sto ancora a scrivere qui.

intanto, però, nel 2010 mi sono iscritta a friendfeed: mi convinsero due amiche, che già ci stavano dentro. inizialmente ero scettica, ma poi iniziai ad apprezzarlo: era totalmente estraneo (almeno per me) alle dinamiche da condominio di facebook (che avevo già chiuso e riaperto un paio di volte, prima di rassegnarmi), non conoscevo nessuno (a parte le mie amiche), nessuno conosceva me, ancora una volta scelsi un nome nuovo, mi chiusi in un profilo privato ed iniziai a cazzeggiare. era come stare qui, un posto sicuro, però non avevo la necessità di produrre contenuti di buona qualità adatti al pubblico del blog  scrivere stronzate lunghe come quelle che butto qui. e poi c’era l’interazione, i commenti, il livello delle discussioni era alto, soprattutto mi facevo tantissime risate.

sono passati cinque anni, e il 9 aprile friendfeed chiuderà per sempre. l’hanno annunciato in un post sul blog ufficiale qualche giorno fa.

su friendfeed ho diffuso apertamente, per la prima volta, l’esistenza di questo posto, scoprendo che tante persone che prima leggevo qui (in modo poco approfondito, avendo io l’attention span di un pesce rosso) si erano trasferite a loro volta, e improvvisamente le ho conosciute meglio, alcune pure dal vivo, con qualcuno ci siamo presi una memorabile e colossale sbornia. ho scoperto che ne valeva davvero la pena.

su friendfeed ho fatto delle amicizie che sono scivolate gradualmente nella vita reale, che sono diventate delle persone che sento per telefono, frequento dal vivo, cerco di vedere il più possibile perché alcuni abitano in città diverse, persone alle quali voglio bene, persone, non identità virtuali. gente che si è fatta km per andare a mangiare una pizza insieme, gente che mi ha vista piangere o che mi ha telefonato alle quattro del mattino.

su friendfeed mi sono incazzata, mi sono divertita, ho pianto e mi sono commossa per la morte di cani e gatti che non ho mai potuto accarezzare dal vivo, ho condiviso gli ultimi giorni della mia Alice come non sarei mai riuscita a fare altrove, ho persino trovato qualche lavoretto.

cercavo un posto sicuro e l’ho trovato, ma non nel modo in cui lo cercavo inizialmente.

e adesso che ce lo chiudono, adesso che tutte quelle meravigliose stronzate andranno perdute come lacrime nella pioggia, sarà la commozione del momento, ma ho l’impressione che non ne troverò mai più uno altrettanto “giusto”.

ciao socialino dell’odio, mi mancherai tantissimo.

Finalmente sono diventata grande: ora mangio i cavolini di Bruxelles.

Posted in ... on gennaio 27, 2015 by gagrito

Ricorderò il 27 gennaio 2015 come il giorno in cui ho scoperto il mio primo capello bianco.

E non è tanto per il capello bianco in sé, d’altronde come mi è stato già fatto notare “esistono le tinture, esiste l’henné”, e in ogni caso non sarà certamente un singolo capello bianco a cambiare in qualche modo il mio aspetto.

(Ammesso che sia davvero solo uno, ma facciamo finta che sì).

E non sono nemmeno le rughe, che da qualche mese sono diventate ben visibili attorno alla bocca, o il fatto che non reggo più le serate fino a tardi, i concerti all’aperto, e che tra andare ad un concerto e stare sul divano a guardare un film ormai preferisco decisamente la seconda (e se non la applico pienamente in qualsiasi contesto e occasione è solo per un patetico tentativo di salvare la faccia con gli amici. Amici che, a loro volta, vorrebbero solo stare sul divano, probabilmente). È che questo capello bianco è un po’ un “non si torna indietro”: da adesso in poi potrò solo diventare più vecchia.

Beh, anche prima comunque potevo solo diventare più vecchia. Ma penso sia quella sottile differenza tra “invecchiare” e “crescere”, della quale diventi improvvisamente consapevole quando superi la magica soglia dei trent’anni. Perché è vero che a 30 anni un po’ ti cambia la testa: alcune cose diventano improvvisamente importanti, di moltissime altre che sembravano vitali improvvisamente non ti frega più un cazzo. Metti su una pelle un po’ più dura e collezioni un nuovo acciacco ogni giorno (almeno io sì, per esempio nel 2015 ho vissuto ben tre giorni da persona sana; però forse, effettivamente, sono io che sono un maledetto cesso); capisci che su certe persone puoi contare sempre, su altre mai, e che ad alcune vuoi sicuramente molto più bene di quanto loro ne vogliano a te ma oh, è la vita: se sono importanti le accetti così come sono e non sono. Soprattutto, ad un certo punto, capisci che è arrivato il momento di disattivare il senso di attesa e di affrontare la vita per quel che realmente è: la tua vita, appunto.

Voi lo conoscete il senso di attesa?

Non è stato facile rendermi conto, consapevolmente, di aver passato la totalità della mia esistenza da adulta ad aspettare. Perché io ho aspettato: prima di finire il liceo, poi di finire l’università, poi di trovare un lavoro, e questo fatto di non finire mai l’università mi parava il culo dal non trovare mai un lavoro degno di tale nome, dal continuare a vivere nello stesso posto, dal non muovermi di un millimetro. Poi l’università l’ho mollata, ho trovato un lavoro bellissimo che però mi fa fare la fame e, improvvisamente, ho capito che non dovevo aspettare un cazzo. Perché la mia vita da adulta è questa: difficilmente domani suoneranno alla porta per dirmi che ho ereditato un milione di euro da un ricchissimo e sconosciuto zio americano, dunque non andrò a vivere nella casa dei miei sogni, non adotterò 20 cani e 50 gatti (ok, no, coi gatti sono a buon punto), non mi verrà il culo più sodo, la pelle più liscia e non diventerò più intelligente. Sono cresciuta: da qui in poi posso solo invecchiare. Le cose cambieranno se prenderò delle decisioni: e se non cambieranno, in fondo, non sono poi così male.

E soprattutto il culo continuerà ad andare giù, soprattutto se il mio rapporto con la palestra continuerà ad essere quello di iscrivermi, pagare tutto, andare dieci volte, non metterci mai più piede.

La vita prima che arrivassi tu.

Posted in ... on novembre 4, 2014 by gagrito

La verità è che io non mi ricordo la vita prima che arrivassi tu.

Certo, avevo 15 anni quindi ci sono delle cose che ricordo, ma le cose importanti, quelle davvero importanti, per fortuna di solito arrivano e succedono quando sei fuori dai fumi dell’adolescenza, e a quel punto c’eri tu. C’eri sempre. Da oggi non ci sarai più. Penso sia l’unico membro della famiglia a non avere rammarico per non avermi vista laureata, e di questo ti sarò grata a vita.

Ti ha salvata la voce, perché strillavi più di tutti nel giardino dei vicini, in mezzo a un mucchio di piccoli randagi più o meno spelacchiati. Quello, e il fatto che io e mia madre fossimo due cuori di burro (lei lo è ancora, io forse no). Quando sono venuta a prenderti mi sei corsa incontro, mancava solo che dicessi “ce ne hai messo di tempo”, eppure eri un rospo senza pelo e con in corpo più malattie che sangue, ma avevi deciso, in un certo senso penso che mi avessi scelta vedendomi affacciata alla finestra, e così è andata.

Mio padre non ti voleva, così io ho venduto la mia collezione di fumetti e mia madre la sua catenina del battesimo per portarti dal veterinario la prima volta; quando poi hai passato anni a dormire beata sulle sue ginocchia avrei voluto dirti che non se lo meritava, ma la verità è che a quel punto non aveva nessuna importanza. non avevo un trasportino, ti portai in autobus dentro una teglia di alluminio, sì, una di quelle che si usano per distribuire gli avanzi di natale ai parenti. Una ragazzina tutta nera e arrabbiata (e senza più fumetti) con uno sgorbio di meno di mezzo kg dentro una teglia da forno, ricordo che una signora si mise a ridere e mi chiese come mai non ci avevo messo anche due patate. La prescrizione che ci fece il veterinario era lunga quanto il mio braccio e terminava con “e tanta acqua di lourdes”. Mi disse se è ancora viva riportamela venerdì, e tu il venerdì eri ancora viva. Hai vissuto moltissimi venerdì, tutti quelli che ci sono in 17 anni e mezzo.

a casa litigavamo sul nome da darti, ma nel mentre mio padre aveva iniziato a chiamarti irina skassalkazaja.

Irina è scritto anche sul tuo libretto di vaccinazione, e non importa se dopo ti sei chiamata Alice per 17 anni, se Alice è stato storpiato e abbreviato e vezzeggiato in mille modi e si sono aggiunti un milione di nomignoli, Gnicca, Bubi, Bubini, Anzianotti, Vecchiolinda, ma soprattutto amore, amore mio, quello lo sarai sempre e più di chiunque, umano o animale, prima o dopo di te.

in 17 anni hai conosciuto tutti i miei amici, tutti i miei fidanzati, hai avuto un blog, hai parlato al telefono con tutte le mie amiche (e guai se non te le facevo salutare), sei stata più fotografata di madonna e più amata di babbo natale. sei l’unico gatto di casa che è riuscito a catturare un uccellino in balcone e a farmelo trovare a pezzi sotto il letto. ti abbiamo dovuto tosare integralmente, a causa di una dermatite, e quella stronza della veterinaria ti aveva lasciato le zampe pelose e un pon pon alla fine della coda, come un barboncino, non ci reggevamo in piedi dal ridere quando sei tornata a casa. quando andava a scuola ti infilavi nel mio zaino, quando andavo all’università camminavi sui miei libri mentre cercavo di studiare, mi hai dormito addosso (inverno, estate) per 15 anni buoni ogni sacrosanta notte, anche quando eri talmente grassa che non riuscivi più a lavarti il culo e puzzavi come una fogna, e alla fine mi sono fatta tatuare la tua testa sul braccio, proprio lì, dove hai dormito, così potrai continuare a farlo. è stato quattro giorni fa, adesso lo guardo e mi viene da vomitare, ma so che passerà e sarò felice di averlo fatto.

abbiamo scoperto che eri malata ormai quasi due anni fa, perché sei caduta dal tavolo della cucina mentre cercavi di rubare una fetta di torta e ti ho portato di corsa dal veterinario pensando che ti fossa rotta un femore. il femore era a posto, ma i reni no, e non c’entrava la caduta, eri vecchia e ci dovevamo fare tutti pace. per quasi due anni ti ho fatto le flebo, dato le pastiglie, dato gli integratori, portato a fare analisi, pagato l’università ai figli del farmacista coi tuoi farmaci e col tuo cibo, e se mi avessero raccontato la grinta con cui avresti reagito non ci avrei mai creduto senza vederla. il veterinario, oggi, dopo averti addormentata, si è messo a piangere (un omone di un metro e novanta che piangeva dandoti i bacini in testa, guarda cosa sei riuscita a fare) e ha detto che eri il suo idolo. ma ormai eri solo piccole ossa e dolore, e cerco di consolarmi pensando che è successo tutto in pochi giorni e che non hai sofferto tanto.

spero che tu sappia quanto sei stata amata, e quanto avrei voluto risparmiarti questi ultimi giorni, e quanto terrore ho di dimenticare le cose belle (dio, quante ne ho dimenticate di già, vaffanculo alla mia memoria di merda, vaffanculo non ho mai desiderato così tanto come ora avere un cervello che funziona tutto) e di ricordare solo il dolore degli ultimi giorni. ma spero soprattutto che tu sia stata felice.

ciao amore mio, mi piace pensare che adesso stia rubando una fetta di torta dal tavolo del paradiso dei gatti.

mi mancherai. mi manchi.

Sweet dreams are made of this.

Posted in ... on ottobre 18, 2014 by gagrito

Durante i miei lunghi tragitti notturni, mentre attraverso paesi addormentati e deserti, oppure mentre percorro km e km di statali buie senza incontrare una macchina per periodi che mi sembrano infiniti, mi piace lasciare libera la fantasia e crogiolarmi in pensieri rassicuranti, mentre ascolto musica, o anche solo il suono delle ruote che scorrono sull’asfalto. E la mia fantasia preferita è questa: c’è stata l’apocalisse zombie, io sono l’unica sopravvissuta e sto fuggendo finché mi basta la benzina. Peraltro mi autorizza ad investire chiunque mi si pari davanti: è davvero, davvero rassicurante.

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Posted in ... on ottobre 16, 2014 by gagrito

Certe giornate ti drenano tutte le energie e ti lasciano ferma a tremare in balia degli eventi, con addosso solo il peso estenuante della frustrazione e nulla che possa proteggerti.

Ieri è stata una di quelle giornate, per motivi un po’ lunghi da spiegare (no, in realtà non così lunghi, ma sono stanca di parlare del fatto che la gatta che mi ha salutato tutte le mattine quando andavo al liceo, ha dormito nel mio letto per 17 anni, ha assistito ai miei primi e disperati approcci sessuali e ha dilaniato la mia mano ogni maledetta volta che ho cercato di pettinarla, sta morendo di un male incurabile e sono qui a decidere se regalarle un sonno pietoso o tentare l’ennesima terapia), però insomma, a un certo punto mi sono resa conto che quando nemmeno una buona dose di alcol riesce a rimettere i pensieri a cuccia allora rimane solo da dormirci sopra.

Cosa che ho fatto, parzialmente, in macchina per smaltire il suddetto alcol: e quando sono stata in grado di avviarmi (era ormai tarda notte, il cielo stellato sopra di me, il senso di morte dentro di me) ho acceso la mia macchina (che somiglia sempre di più a un cassonetto della spazzatura dopo un frontale con un tir, ah già, ieri ho pure tamponato, ho promesso di pagare i danni, mi sto chiedendo quale parte del corpo posso vendere) e mi sono avviata verso casa.

È stato allora, mentre attraversavo un paesino di poche case, che qualcosa mi ha attraversato la strada.

Questo gatto corre in modo buffo, ho pensato: solo che non era un gatto, ma un coniglio di dimensioni inusitate, che ha attraversato la strada sfrecciando davanti al muso dell’auto e si è poi fermato sul marciapiede con aria perplessa – la stessa che dovevo avere io, mentre accostavo e scendevo, chiedendomi dove cazzo potessi portare un coniglio trovatello a quell’ora della notte. Lui mi fissava, immobile, accucciato, e io fissavo lui, e sicuramente qualche persona meno contusa dall’esistenza avrebbe pensato a lui:

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chiedendosi, magari, in quale paese delle meraviglie avrebbe potuto condurlo se fosse riuscito a seguirlo.

Io, invece, ho pensato a lui:

Frank

e sono rimasta imbambolata ad aspettare di sapere quanti giorni ed ore mancano alla fine del mondo, ma tutto quello che ho ottenuto è stato vedere un culo grasso e vaporoso correre via e infilarsi sotto il cancello di un giardino (con notevole difficoltà).

Ciao coniglio, spero non fosse la casa del macellaio.